Da Techup a Fotozona

L'idea di Steve

di Aldo Ascenti

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L'idea di Steve

Average: 5 (4 voti)
06
10 2011

Per noi ragazzi del ’70, Apple c’è sempre stata. A dodici anni era un sogno, ma perfino l’Apple 2 costava troppo per il budget dei regali di Natale.
Il Macintosh, poi, ci faceva restare a bocca aperta. 

Chi cominciava a lavorare con il computer e poteva permettersi il sogno ne era entusiasta. Fin dall’inizio Steve aveva trovato la formula per coniugare piacere e lavoro, inventando un’interfaccia pulita, definita e semplice, con quel piccolo, riposante tubo catodico in scala di grigi e il mouse, per la prima volta al centro di tutto.

Il “Tempio del Computer” era un negozio piuttosto kitsch in cui frotte di ragazzini milanesi passavano il pomeriggio, e quando marinavano la scuola anche qualche mattinata rubata allo studio. Tra gli scaffali di cassette per Spectrum e C64, e i fasci di lucette colorate, un pomeriggio di ventisette anni fa qualcuno venne a portare il monolito con la mela. Forma inconsueta, come tutte le migliori idee di Jobs. Semplice e geniale. Il primo all-in-one della storia. Il primo a usare il mouse che non costasse come una Maserati. Il primo a lavorare, non a giocare, con la grafica ad alta risoluzione.

La dimostrazione mostrava il progetto di una scarpa da ginnastica. Prima il disegno con paintbrush, copiato e incollato in un documento ben impaginato, poi la tabella col foglio di calcolo. Un business plan in piena regola, bellissimo e realizzato in 10 minuti. E non si era mai visto niente di simile. 

Perfino i professori di matematica dell’università lo amavano, perché scrivere le equazioni era più facile con font dedicate, senza impazzire su un’interfaccia a carattere.
Forse da studente indisciplinato quale Steve era stato, gli era venuto facile pensare a un modo per rendere divertenti e accattivanti anche le attività più noiose. Questa era la sua idea.
Poi è arrivata Microsoft, e il sogno è diventato accessibile a tutti. Un mouse da ventimila lire attaccato a un pc-clone, orrendo ma veloce, i dischetti di Windows copiati nell’aula informatica dell’università  e via, quasi come col Mac.
Ma non era un Mac.

Poi Jobs se n’è andato e la visione è scomparsa a Cupertino. I Mac sono diventati grigi e squadrati. Noiosi come i Pc ma più lenti e costosi. Della sua intuizione era rimasto solo il software, che invecchiava.
Come accade a molti, ha avuto bisogno di una nuova partenza, di andarsene e recuperare fame e follia. Quando è tornato in sella alla sua creatura l'ispirazione era di nuovo quella originale e tutto è ricominciato, con una forza tale da far tornare a tutti la voglia di sognare una tecnologia finalmente vicina alle immagini evocate dagli scrittori di fantascienza del secolo scorso.

Ora che il mondo è cambiato, anche se Steve non c’è più è chiaro a tutti che la sua idea di futuro era quella giusta.
Nessuno ormai potrà fermare la sua idea, la sua visione, e i giorni migliori di Apple sono davanti a noi.


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Niente scala di grigi per i primi Mac

Il mitico "tempio del computer" in fondo a S. Maria Beltrade era l'unico posto che conoscessi in grado di riparare in poco tempo i preziosi home. Ci portai due Vic 20 del posto in cui lavoravo e poi il mio Spectrum, ucciso da un brevissimo contatto tra il jack del registratore a cassette e il pettine dell'espansione. Il primo Mac che ho usato era un 128 espanso a 512. Per stampare con la Laserwriter si mettevano tre dischetti tra le dita della mano sinistra (il system, il programma, e il disco documenti) e per cinque minuti si imitava un juke box nel prendere e sostituire più volte i tre dischi. La grafica del Mac, in ogni caso, non era a scala di grigi ma solo in bianco e nero: pixel acceso o spento. Il grigio del desktop e gli altri fondini erano infatti ottenuti con retini più o meno fitti. E' una cosa a cui non siamo più abituati, ancora oggi la vista dello schermo di un vecchio Mac riesce a sorprendere.

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