Quit Facebook Day, così è ormai noto in Rete il prossimo 31 maggio, data nella quale un gruppo di utenti scontenti del sito di Mark Zuckerberg troppo poco rispettoso della privacy, invita a disiscriversi dal primo social network.
La politica sulla privacy su Facebook, lamentano gli scontenti, è diventata sempre meno restrittiva, tanto da passare dalla scelta di di quali dati condividere a quella dei dati da escludere dalla condivisione. Per di più, lo stesso Zuckerberg aveva lasciato intendere che la privacy, secondo lui, era una questione secondaria per gli utenti rispetto alla condivisione delle informazioni, scopo stesso del social network.
Di fatto, ad oggi, le impostazioni di default per la privacy su Facebook favoriscono la maggiore condivisione, e chi vuole ridurla deve districarsi in una complicata serie di opzioni, il che rende di fatto difficile la gestione dei propri dati, che finiscono per risultare visibili ben oltre quello che l'utente vorrebbe.
L'iniziativa Quit Facebook Day sta raccogliendo adesioni, al momento poco più di 4000, e ha una pagina sullo stesso Facebook. Proposta alternativa, meno drastica, è la giornata di protesta contro Facebook, organizzata per il 6 giugno.
Al di là dei risultati che avranno queste iniziative, è un segnale importante che gli utenti danno a Facebook: non è un servizio irrinunciabile né insostituibile. Tant'è vero che nascono i progetti alternativi: su tutti, Diaspora, iniziativa di quattro studenti della New York University che hanno raccolto 174.000 dollari da 4700 donatori e quest'estate scriveranno il codice per un social network opensource modello peer-to-peer, in cui cioè gli utenti si collegano direttamente tra loro, senza passare per un server centrale. Proprio per mantenere un controllo diretto dei propri dati personali.


















