Dopo i fatti che hanno portato a considerare l'abbandono, Google cerca uno spiraglio di trattativa per mantenere, con adeguate garanzie, la sua leadership anche in questo grande paese.
Com'è noto, la settimana scorsa Google aveva annunciato di aver intenzione di chiudere la sua presenza nell'area cinese dopo aver sofferto un sofisticato attacco del suo network risultato, successivamente, in un vero e proprio furto di proprietà intellettuale.
L'azienda aveva affermato di non avere più alcuna intenzione di filtrare i contenuti sul suo motore in lingua cinese google.cn, minacciando di uscire dal mercato se il governo non avesse, in qualche modo, rinegoziato i termini del filtro stesso.
Fino a lunedì scorso, invece, i filtri erano ancora presenti, senza alcuna modifica; ovviamente, l'annuncio di Google ha catturato l'attenzione dei 384 milioni di utenti cinesi, che rappresentano, al mondo, la fetta di mercato Internet più importante. E già nella stessa settimana erano insistentemente circolate voci che Google aveva già deciso da tempo di chiudere i suoi uffici in Cina.
L'azienda, interpellata in proposito, ha dichiarato di non aver avuto mai questa intenzione, lasciando intendere, tra l'altro, che le stesse voci sarebbero state distribuite ad arte per mascherare in qualche modo le responsabilità dello stato.
Un timido tentativo di trovare una soluzione è stato avviato dal governo, che si è detto disponibile a risolvere il problema ma ha continuato ad insistere sul fatto che è necessario, in ogni caso, che le regole di ricerca obbediscano alla legislazione cinese.
Resta comunque il problema del cyberattacco, che mostra i lati oscuri particolarmente preoccupanti, tant'è che Washington ha inviato una nota diplomatica all'ambasciatore cinese, richiedendo una chiara spiegazione dei fatti.
Il tutto ruota intorno a voci più o meno confermate da parte di un possibile ampio programma di cyberspia che Pechino avrebbe avviato da qualche tempo. In relazione a ciò, nel novembre scorso era stata presentata, al Congresso, una interrogazione circa la possibilità che hacker cinesi avessero avuto la possibilità di accesso ai segreti militari.
Ha, comunque, deluso molto il comportamento di Microsoft che ha dichiarato di non aver intenzione di lasciare mercato cinese; l'operazione commerciale che sta dietro a questa dichiarazione è più che ovvia, considerando che Bing ha uno share, nel mercato orientale, praticamente insignificante e che l'abbandono da parte di Google gioverebbe completamente a favore del motore Microsoft che, finora (anche al di fuori della Cina, n.d.r.) non ha riscosso una particolare attenzione.
Fonte: Reuter


















