Google dice basta alla censura dei propri contenuti in Cina, a costo di ritirarsi da un Paese con 300 milioni di utenti, e sblocca i filtri: ora dalla Cina sono visibili le pagine relative al Dalai Lama, piazza Tien an men, e tutti quelli che finora l'azienda aveva accettato di bloccare sottostando alle richieste del governo cinese.
A far esplodere la tensione accumulata in tre anni di compromesso certamente mal digerito da Mountain View è stato un attacco “altamente sofisticato e mirato, proveniente dalla Cina” che aveva come obiettivo, secondo Google, violare gli indirizzi Gmail degli attivisti cinesi per i diritti umani, obiettivo raggiunto in due casi. Punto di partenza dell'attacco, almeno 6 indirizzi IP di Taiwan: una tattica degli hacker cinesi per cammuffarsi, secondo gli esperti di sicurezza informatica.
Google non ha accusato a parole il governo cinese di essere responsabile dell'episodio, ma è passata ai fatti, giudicando l'accaduto come la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha fatto esplodere le tensioni accumulate in tre anni di compromessi e aumentate nel 2009: dal marzo scorso, per esempio, in Cina non era accessibile YouTube, alcuni link erano stati rimossi dalla home page cinese di Google, e sempre l'anno scorso l'azienda era stata accusata dalla Cina di ospitare contenuti pornografici.
La mossa di Google e la sua dichiarazione-shock comunque non sono state decise a cuor leggero: Google rischia di rinunciare a un mercato di 338 milioni di utenti, dove il motore di ricerca è al secondo posto col 31% di market share (secondo posto dopo Baidu, con quasi il 70%) - e si tratta di un mercato da 293 milioni di dollari a fine 2009, quasi un terzo in più del 2008. E poi in Cina anche le compagnie telefoniche stanno cominciando a puntare su Android.
La vicenda ha avuto risvolti anche sul piano politico, facendo registrare anche una dichiarazione del segretario di Stato americano Hillary Clinton: “la possibilità di operare in sicurezza sulla Rete è decisiva per una società e un'economia moderna”. E ora sulla vicenda gli Stati Uniti si aspettano una spiegazione da parte della Cina.
Fonte: WSJ


















