Un gruppo di ricercatori svizzeri ha scoperto che è possibile recuperare una sessione di scrittura alla tastiera misurando il campo elettromagnetico generato dalla pressione dei tasti.
Per consentire un ragionevole diametro e una sufficiente elasticità al cavo di collegamento della tastiera, i segnali trasmessi durante la pressione dei tasti vengono infatti codificati e trasferiti in sequenza uno alla volta, attraverso un unico collegamento. La codifica dei tasti avviene con l'emissione di un segnale elettrico differente per ogni simbolo, ed è proprio affidandosi a questa funzione che è possibile svolgere una raffinata operazione di hacking.
Durante la pressione e la relativa creazione di una extracorrente di apertura conseguente al contatto viene generato un segnale elettrico che, contemporaneamente, genera un impulso elettromagnetico di potenza sufficiente ad essere rilevato da un'antenna posta in prossimità della tastiera stessa. Esperimenti in tal senso hanno evidenziato come, in caso di tastiere dalla progettazione non particolarmente accurata, il segnale possa essere intercettato fino a una distanza di 20 m, anche attraverso muri.
La ricerca era stata avviata per verificare l'eventuale pericolosità di emanazioni elettromagnetiche dovute alla digitazione. Per eseguire questa prova sono state sistemate, nel luogo del test, diverse antenne, con caratteristiche differenti e distribuite a disparate distanze dalla fonte. In possesso di antenne particolarmente efficienti e sensibili, è stato dimostrato che l'analisi dei segnali può ricostruire, in maniera pressoché perfetta, la sequenza dei tasti digitati.
Le prove hanno interessato tastiere di diverse marche e si è notato che quelle con standard di fabbricazione piuttosto modesti producono emissioni molto più forti e percepibili, prevedibilmente per superficialità di progettazione legata a mantenere bassi i costi.
La minaccia si aggiunge a quella già accertata legata all’uso di tastiere wireless con trasmissioni scarsamente codificate. Il team di ricerca ha creato anche due file video che illustrano l’esperimento finale.
Fonte: il blog di ZDnet


















