L'informatica rappresenta un problema sempre più grande per il riscaldamento globale. Il gigantismo dei grandi centri di elaborazione dati, enfatizzato anche dalla crescita della Rete, sta portando in primo piano la questione dello smaltimento del calore che essi producono, che ha imboccato un ripido percorso di crescita.
Lo studio dell'analista William Forrest della McKinsey & Co., presentato la settimana scorsa al simposio "Green Enterprise Computing" in Florida, evidenzia cosa potrebbe accadere tra una dozzina d'anni se non ci dovesse essere un'inversione di tendenza.
Il risultato è clamoroso: i costi e i consumi di energia necessari a raffreddare e alimentare tutti i datacenter della Terra nel 2020 potrebbero diventare insostenibili e l'anidride carbonica prodotta supererà quella scaricata nell'atmosfera dall'intera industria aeronautica del globo.
Tras le soluzioni in campo per contrastare il fenomeno potrebbe esserci l'ulteriore miniaturizzazione dei chip, che dovrebbero avvalersi presto dei nuovi processi produttivi prima a 32 e poi a 22 nanometri, con la conseguente adozione di processori multicore più parchi nei consumi. Anche la recente scoperta di HP delle memorie basate su Memristor potrebbe contribuire a ridurre l'energia sprecata.
Ma il vero nemico è la mancanza di efficienza dei sistemi attuali. Si calcola che un server in media venga utilizzato solo al 6% delle sue potenzialità, mentre per il gran parte del tempo scalda senza far nulla. I grandi datacenter arrivano a una media del 56% di efficienza, che è ancora poco per contrastare il fenomeno. Una gestione più consapevole anche delle risorse di calcolo si renderà quindi indispensabile nei prossimi anni.
Per approfondire potete scaricare l'intera presentazione in Powerpoint a questo link e l'audio della conferenza qui.
Fonte: New York Times

















