Sarà anche un segreto di Pulcinella, ma quando se ne parla a livello di istituzioni, dati alla mano, fa sempre un certo effetto: stiamo parlando della pirateria informatica, cioè il download illegale di contenuti sul web, su tutti musica e film. In particolare questi ultimi, visto che l'occasione per parlarne è stata un convegno aperto da Luca Barbareschi, noto attore e produttore cinematografico, membro della Fondazione Cinema per Roma ma anche onorevole, visto che è il vicepresidente della Commissione telecomunicazioni alla Camera. Titolo del convegno: “pirateria e criminalità audiovisiva”.
I film rappresentano il 20% dei file scaricati “a scrocco”, e la musica il 31%, secondo i dati portati al convegno da Antonello Busetti di Confindustria Servizi innovativi e tecnologci, riferiti al 2007.
Secondo Barbareschi per combattere il fenomeno per quanto riguarda i film si potrebbero abolire le “windows”, le finestre temporali tra l'uscita di una pellicola nelle sale e la distribuzione negli altri canali, dal noleggio alla vendita e alla TV e ovviamente al web.
Idea comprensibilmente non condivisa da Paolo Protti, Presidente dell'ANEC (l'associazione degli esercenti cinematografici): al massimo si possono discutere i tempi, ma non azzerarli. E fa notare come negli altri Paesi le “finestre” ci sono (tranne qualche caso in USA per film di minore richiamo) e anzi siano anche più lunghe di alcuni mesi rispetto all'Italia.

Il vero problema, secondo il Presidente della SIAE Giorgio Ausumma, è che rubare on line non è sentito come reato. Un po' come passare col rosso: “se nessuno mi vede (compresa naturalmente la telecamera) lo posso fare” pensa il furbetto di turno.
E così la moda si diffonde: più della metà dei ragazzi tra i 13 e 19 anni scarica illegalmente da Internet. Salendo di età la percentuale scende, ma ancora quasi un terzo degli internauti tra i 35 e i 44 anni (30%) non ha perso il vizio. Insomma, i ragazzi non hanno davanti quello che si dice il buon esempio.
E così la SIAE pensa bene di cominciare a tassare tutti gli utenti in possesso di una connessione a banda larga, dando così per scontato che, chiunque sia collegato ad internet, sia un pirata: un atto di mala fede e presunzione assurda e a nostro avviso inaccettabile.
Ma all'estero come fanno? In Francia, per esempio, si interviene con gradualità: prima si avverte con una mail del comportamento illecito, poi si manda una lettera e “alla terza si bastona”, impedendo l'accesso a Internet da tre mesi a un anno. Insomma, sospensione della “patente internautica”.
Il fatto che in Italia si paghi la connessione internet più cara d'europa, che la tassazione sui CD e sui DVD sia alle stelle non è stato affatto menzionato nel corso del convegno di Confindustria, e, secondo la nostra opinione, proprio questi due elementi giocano un ruolo determinante nella diffusione della pratica P2P.
Forse è bene quindi ripensare il concetto del diritto di autore, quantomeno anacronistico e rivedere l'intero sistema di tassazione e diffusione dei contenuti, invece che pensare di punire e basta. L'utenza P2P, a dispetto delle continue repressioni è in continua e verticale ascesa, e così è destinato a continuare; se si deve pensare a trovare una soluzione, invece che cercare di tamponare una falla con un dito, bisogna ridisegnare completamente da zero il sistema di distribuzione dei contenuti.


















