Quello che ipotizzavamo è accaduto. La strenua difesa dell'integrità della società, che ha reso Yang impopolare tra i suoi stessi azionisti, lo ha costretto a lasciare la guida di Yahoo, che ha contribuito a fondare nel 1995. Rimarrà comunque membro del consiglio di amministrazione, così come Carl Icahn, il potente azionista favorevole alla vendita di Yahoo che aveva chiesto più volte un cambio di strategia.
Yang invece aveva scelto di mettere i bastoni tra le ruote al tentativo di acquisizione di Microsoft, che fino a qualche mese fa offriva la cifra più che generosa di 45 miliardi di dollari per rilevare il gruppo in difficoltà.
Il CEO aveva proposto come alternativa a Redmond un vantaggioso accordo sulla spartizione del mercato pubblicitario con Google, ma anche questa operazione è fallita, arenandosi anche per l'opposizione degli organismi antitrust degli Stati Uniti.
Ora con la crisi finanziaria e le conseguenze sui mercati dei mancati accordi, la società di Yang è quotata solo 14,7 miliardi di dollari. Un facile boccone per chiunque abbia la liquidità necessaria ad acquistarla.
Steve Ballmer, esasperato dal lungo tira e molla, aveva sostenuto che l'unica condizione possibile per riprendere le trattative con Yahoo sarebbe stato un cambio la vertice della società. Ora questa condizione è verificata, ma la situazione sui mercati è molto diversa e nel frattempo Microsoft ha scelto una direzione diversa e potrebbe non essere più interessata.
Molto dipenderà comunque dalle capacità di persuasione di chi sarà scelto per guidare quello che è probabilmente l'ultimo atto della società di Sunnyvale come l'abbiamo conosciuta negli ultimi tredici anni.
Fonte: WSJ


















